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L'uomo che voleva essere David Handler


Tirate fuori l'hardboiled che è in voi. Giornalista, scrittore, ghostwriter, sceneggiatore, David Handler ci sa fare col poliziesco. Ha scritto qualche romanzo e diverse serie gialle, fra cui la collana "Hoagy & Lulu Misteries", di cui purtroppo soltanto tre volumi sono stati tradotti in Italia: L'uomo che voleva essere Francis Scott Fitzgerald, L'uomo che era solo un attore e L'uomo che dava del tu a Mick Jagger.


Stewart Hoag - ma è meglio se lo chiamate Hoagy, come il panino - è uno scrittore in crisi, dopo la gloria conquistata col primo romanzo. Per campare fa il ghostwriter di personaggi famosi. Lulu è una basset hound allergica al polline e con strane abitudini culinarie; se l'è portata con sé dopo la separazione dall'ex moglie Marilee, attrice e donna dalla grande intelligenza.

Le due edizioni Polillo Editore (1996) e Odoya (2009) | pp. 265 | traduzione di Stefano Bortolussi

«Forse vi ricordate di me. O forse no, chissà. Ne è passato, di tempo, da quando feci la mia comparsa sulla scena, letteraria come l'alto, focoso autore di un primo romanzo di enorme successo, La nostra impresa di famiglia. Da quando sposai Merilee Nash, la più recente e graziosa primattrice di Joe Papp, e divenni la metà della coppia più attraente di New York. Avevo tutto, e ciononostante precipitai. Mi prosciugai. Nessuna linfa vitale. Nessun secondo romanzo. Niente più Merilee. Lei ottenne gli otto locali più servizi affacciati sul Central Park, la Jaguar XK 150 rossa del 1958, il premio Tony per l'ultimo lavoro di Mamet, l'Oscar per il film di Woody Allen. E un secondo marito, il giovane, brillante commediografo Zack comesichiama. Ottenne tutto. Io finii con Lulu, la mia casetta piena di spifferi sulla West 93rd Street e una seconda, decisamente meno dignitosa carriera, quella di ghost-writer. L'autore segreto delle memorie di personaggi celebri».

Succede così che a ogni nuovo libro da scrivere, finisce che ci scappa il morto. A Hoagy tocca indagare tra i misteri, spesso torbidi, dei personaggi di cui dovrebbe raccontarne gli onori. Come succede in L'uomo che dava del tu a Mick Jagger con Tristam Scarr, ex frontman di una leggendaria rock band inglese degli anni '60-'70, coeva dei Rolling Stones, Beatles e compagnia bella, del quale il nostro deve comporre l'autobiografia. Un gioco da ragazzi che si rivelerà alquanto rischioso.

In L'uomo che era solo un attore Hoagy riceve un incarico dagli eredi di Alma Glaze, autrice di un bestseller da sbanca classifiche negli anni Quaranta di cui deve scrivere il seguito, a patto che si trasferisca nella villa di famiglia in Virginia, dove però le vittime cadranno come mosche.


Hoagy è un uomo affascinante. Non ha paura di mostrare le proprie fragilità:

«È vero. Sono in grado di dare ottimi consigli. Il problema è che non sono in grado di seguirli.»

Hoagy è un duro, irresistibile nei dialoghi:

«Il portiere era un viscido trentenne con capelli neri imbrillantinati, pelle giallastra e occhietti sfuggenti. Abbassò gli occhi su Lulu, quindi li rialzò su di me: "Non sai leggere?", sogghignò. "Niente animali".

"E tu come hai fatto a entrare?", chiesi in tono gioviale.

Arricciò il labbro in una smorfia. "Cosa sei, un duro?"

"Mi piace pensarlo", risposi. "Anche se sono l'unico".

"Be', cosa vuoi?", domandò in tono glaciale.

"Informazioni".

"Non siamo all'ufficio del turismo".

"Dimmi una cosa: ti devi impegnare per fare lo stronzo, oppure ti viene spontaneo?"»


Hoagy è innamorato:

«Ci fissammo a vicenda per quelle che mi parvero ore, e finalmente le sorrisi. Merilee fece lo stesso, e all'improvviso gli estranei in camerino, gli anni e i brutti momenti sembrarono scomparire nel nulla.

“Come sono andata?», domandò lei accettando la dozzina di rose con cui mi ero presentato.

"Hai fatto di peggio".

"Grazie, caro".

"E non sei mai stata così incantevole, ma questo credo tu lo sappia già".

"Una ragazza lo sa soltanto quando glielo dice il suo ragazzo".

"E io sono il tuo ragazzo?".

"Potresti. Mi ero dimenticata di quanto stavi bene con lo smoking".

"Attenta, la testa mi gira facilmente".»

E così, col cuore in subbuglio e la speranza che qualche editore italiano pubblichi gli altri libri del bravo David Handler (vincitore peraltro dell'Edgar Award e dell'American History Award), mi ci metto a leggere Hoagy nella sua lingua. Con un occhio alla porta, chissà mai che arrivi un ragazzo in smoking.

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